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13/02/2013 CULTURA  
Achille della Ragione- [ CULTURA ] STATUE CHE PARLANO.
Statue che parlano
Le statue di Napoli, per quanto molte, se non tutte, versano in uno stato deplorevole di conservazione, raccontano la storia della città.
Raccontano, alcune urlano per lo scempio di cui sono state fatto oggetto dai cittadini e da un’amministrazione distratta e colpevole.
Alcune sono nate per un motivo estetico ma la maggior parte vogliono ricordare un evento storico o intendono rammentare un personaggio eminente della vita cittadina o della nazione: marmi e bronzi che cercano di glorificare l’esempio di uomini che hanno dedicato la propria esistenza all’arte, alla medicina, alle lettere, al diritto.
Più che per corso topografico seguiremo un criterio cronologico, partendo dagli esemplari che ci descrivono le origini della città, per cui prenderemo in esame il gruppo della sirena Partenope, la quale, secondo la leggenda, si uccise per amore di Ulisse ed il suo corpo fu sospinto dalle onde del mare sugli scogli dove sorse la città detta in seguito di Neapolis.
Oggi troneggia imponente al centro della piazza dedicata al poeta Jacopo Sannazaro ed è composta da una gigantesca sirena emergente dalle onde in un tripudio di animali marini grandi e piccoli e poggia sopra uno scoglio con alghe e flora acquatica, eseguita dallo scultore Onofrio Buccini. Originariamente nel 1869 fu collocata nei giardini antistanti la vecchia stazione ferroviaria per essere trasferita dove l’ammiriamo oggi nel 1924, quando venne inaugurata l’adiacente Galleria Laziale.
Un’altra famosa statua che ci porta indietro nel tempo, in epoca romana, è quella posta a piazzetta Nilo, più nota come largo Corpo di Napoli, centro geometrico della città, in una zona dove abitava la colonia Alessandrina costituita da mercanti egiziani. Essa è costituita , almeno come la vediamo a partire dal 1667, da una poderosa figura barbuta, distesa sul fianco sinistro e sostenente col braccio destro una cornucopia di frutta, ma un cronista del XIII secolo la presentava come una donna con i figli che raffiguravano gli affluenti del Nilo, fiume sacro perché grazie alle sue periodiche inondazioni ha sempre reso fertili le terre contigue al suo interminabile decorso, messe in evidenza dalla cornucopia. Sul basamento vi è una lunga epigrafe latina, che spiega la tormentata storia del monumento.
Rimanendo in ambito mitologico citiamo, nei giardini di piazza Cavour, una fontana ellittica che ospita, su una base di mattoni, una statua di bronzo raffigurante un tritone, una divinità metà pesce e metà uomo, figlio di Poseidone, che irrora con un getto d’acqua dalla bocca la circostante fontana, che un tempo ospitava delle paparelle, ma che già negli anni ’50 (e posso testimoniarlo personalmente, perché ho frequentato per sei anni, asilo ed elementari, il vicino Istituto Froebeliano) era diventata ricettacolo di rifiuti galleggianti, dove d’estate gioiosamente sguazzavano torme di scugnizzi.
Un’altra piccola fontana, trasformata oggi in pubblico orinatoio, è la vasca circolare di porfido, proveniente dal tempio di Poseidone a Paestum, nella quale sono disposti quattro leoni di marmo di stile egizio realizzati da Pietro Bianchi nel 1825, quando si trasferì, per toglierlo dalle intemperie, il celebre gruppo marmoreo del Toro Farnese, oggi tra i gioielli del Museo Archeologico. Lo stesso artista, alcuni anni prima (1812-16), aveva realizzato otto statue simili di leoni egizi nell’emiciclo della chiesa di San Francesco di Paola in piazza del Plebiscito.
Rimanendo nella stessa piazza descriviamo l’imponente monumento equestre dedicato a Carlo di Borbone, immortalato nel bronzo dal celebre Antonio Canova nel 1818. Essa fa da pendant alla statua equestre di Ferdinando I di Borbone, che, commissionata anche essa al Canova, fu completata dal napoletano Calì per l’improvvisa scomparsa dello scultore trevigiano. Entrambi i sovrani sono raffigurati con un incedere solenne e vestiti alla romana, segno evidente del dominante gusto neoclassico dell’epoca.
Sulla facciata di Palazzo Reale per volere del re Umberto I di Savoia furono collocate nel 1888 otto statue marmoree raffiguranti i più rappresentativi sovrani delle dinastie che hanno regnato a Napoli. Essi sono in ordine cronologico, partendo da sinistra avendo di fronte la facciata: Ruggero il Normanno, opera del Franceschi; Federico II, scolpito dal Caggiano; Carlo I d’Angiò, scolpito dal napoletano Solari; Alfonso V d’Aragona, realizzato dal D’Orsi; Carlo V d’Asburgo-Spagna, su un modello del Gemito; Carlo III di Borbone, immortalato dal Belliazzi; Gioacchino Murat, eseguito da Amendola ed infine Vittorio Emanuele II di Savoia, primo re d’Italia, realizzato da Jerace.
Sono tra le statue più note della città, poste in una piazza annoverata tra le più belle d’Europa, soprattutto per la barzelletta che ogni napoletano conosce giocata sulla gestualità delle ultime tre statue: la prima sembra chiedere: chi ha fatto pipì qui a terra; la seconda: sono stato io; la terza: allora ti taglio il membro.
Andando avanti nel tempo arriviamo al 1799 ed al relativo monumento che ci ricorda l’evento in piazza dei Martiri. Il monumento sorse per volere di Ferdinando II dopo i disordini del 1848 e fu affidato all’architetto Enrico Alvino, che realizzò il basamento ed il piedistallo con la colonna. Poi i lavori furono interrotti per la morte del sovrano, per riprendere alcuni anni dopo con la collocazione in vetta della bronzea Vittoria alata realizzata dal Caggiano. Alla base furono posti quattro leoni in marmo a simboleggiare le quattro rivoluzioni napoletane: quello morente ricorda la rivoluzione del 1799 e fu eseguito nel 1866 da Busciolano; viene poi il leone ferito a simboleggiare la rivoluzione del 1820, opera di Lista, firmato e datato 1868; a sud compare il leone indomito che regge tra gli artigli lo Statuto del 1848, opera del 1866 del Ricca ed infine Solari realizza un leone minaccioso che allude alla rivoluzione del 1860. Vi è poi un’epigrafe dettata da Giuseppe Fiorelli e dedicata “Alla gloriosa memoria dei cittadini napoletani caduti nelle pugne o sul patibolo … ”
Tra le statue più belle che ornano la città vanno annoverati i due bronzei domatori di cavalli che ornano l’ingresso dei giardini di Palazzo Reale, eseguiti dallo scultore russo Clodt von Jurgensburg e donati a Ferdinando II dallo zar Nicola I nel 1846, per ringraziare il sovrano napoletano che aveva ospitato la zarina alla ricerca di un clima mite per meglio curare un fastidioso malanno.
La statua forse più famosa della città è quella dedicata a Dante Alighieri, eretta nell’omonima piazza nel 1872 in omaggio all’Unità d’Italia. La piazza in precedenza si chiamava largo Mercatello perché lì si svolgevano attivi commerci fino al 1757, quando il re Carlo diede incarico a Luigi Vanvitelli di creare il cosiddetto Foro Carolino, un grande emiciclo che avrebbe dovuto fare da scenografia ad un monumento dedicato al re.
Passando a statue dedicate a personaggi più vicini a noi nel tempo come Giuseppe Garibaldi che viene raffigurato a cavallo con le mani protese in avanti, poggiate sull’impugnatura della sciabola, l’opera venne eseguita nel 1904 dallo scultore fiorentino Zocchi e fu il motivo per cui la commissione toponomastica mutò il nome della piazza dedicata all’Unità d’Italia all’eroe dei due mondi. In precedenza i napoletani l’avevano sempre chiamata “’a piazza d’a stazione” a rammentare che la prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, seconda al mondo, venne inaugurata nel 1839 e sarebbe opportuno che si ritornasse all’antico toponimo.
Su via Caracciolo si eleva maestosa la statua equestre del generale Armando Diaz, tra gli artefici della vittoria della Grande Guerra (1918). Sul davanti è riportato integralmente il bollettino della Vittoria di cui riportiamo l’epilogo: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgoglio e sicurezza.
Infine descriviamo il monumento al celebre clinico Antonio Cardarelli di fronte all’ospedale ex 23 marzo che da lui prese il nome attuale.
Concludiamo questa nostra carrellata lamentando la mancanza gravissima di due statue da dedicare a straordinari personaggi che hanno illustrato la città: Totò ed Achille Lauro.
Un discorso a parte è costituito dalle statue che sono poste sulla sommità delle guglie: San Domenico, San Gennaro e la Madonna, che da secoli, solenni, parlano ai napoletani e nello stesso tempo ascoltano le loro invocazioni. Rappresentano dei simboli della religiosità popolare e si presentano come straordinarie macchine barocche in grado di fondere in una mirabile sintesi architettura e scultura, sacro e profano. Attraverso la loro mole maestosa hanno esaltato il potere della chiesa e nello stesso tempo il trionfo fastoso e festoso dell’effimero. Erette per esorcizzare pestilenze ed eruzioni dominano le piazze alle quali conferiscono grande prestigio. Prodotte dalla collaborazione di più artisti raffigurano l’immagine devota della città, fedele ai suoi riti e forte della sua carica di fedele spiritualità.

Achille della Ragione



Fonte: Achille della Ragione
 

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